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Blog Fleet Management

CSRD e flotte aziendali: cosa cambia per il trasporto nel 2026

2026-02-24 Optivo

Dal gennaio 2026, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) estende i propri obblighi di rendicontazione anche alle PMI quotate in borsa, ampliando in modo significativo il perimetro delle aziende coinvolte. Per chi gestisce una flotta di veicoli commerciali, questo significa che i dati operativi, chilometri percorsi, litri di carburante consumati, emissioni prodotte, non sono più solo indicatori interni di efficienza. Diventano informazioni che vanno raccolte, certificate e pubblicate.

Il trasporto merci è uno dei settori con il maggior impatto ambientale diretto. Ed è proprio per questo che la CSRD, insieme al quadro normativo europeo più ampio, richiede un livello di trasparenza che molte aziende di logistica non sono ancora pronte a fornire.

Il quadro normativo: cosa è cambiato nel 2026

La CSRD non nasce dal nulla. È il risultato di un’evoluzione normativa che l’Unione Europea porta avanti da anni, ma che nel 2026 ha subito un’accelerazione concreta.

La direttiva 2026/470

Entrata in vigore il 19 marzo 2026, la direttiva UE 2026/470 ha introdotto ulteriori specifiche sugli standard di rendicontazione di sostenibilità, in particolare per quanto riguarda le emissioni legate al trasporto e alla logistica. Per le flotte aziendali, questo significa che i dati sulle emissioni devono essere riportati secondo metodologie standardizzate e verificabili.

Estensione alle PMI quotate

Fino al 2025, la CSRD coinvolgeva principalmente le grandi imprese con più di 250 dipendenti. Dal 2026, anche le PMI quotate in mercati regolamentati rientrano nell’obbligo. In Italia, questo allarga il perimetro a centinaia di aziende nel settore trasporti e logistica che fino a ieri non avevano alcun obbligo formale di reporting di sostenibilità.

Il blocco Euro 5 diesel nel Nord Italia

A completare il quadro regolatorio, da ottobre 2026 entrano in vigore le restrizioni alla circolazione per i veicoli diesel Euro 5 in gran parte del Nord Italia. Chi gestisce una flotta nella Pianura Padana deve non solo monitorare le emissioni per il reporting CSRD, ma anche pianificare la transizione verso veicoli a minor impatto per mantenere la capacità operativa nelle aree soggette a restrizioni.

Scope 1, 2 e 3: dove si collocano le flotte

Il framework CSRD adotta la classificazione in tre scope emissivi, derivata dal GHG Protocol. Per chi gestisce una flotta, la distinzione è fondamentale.

Scope 1: emissioni dirette

Tutto ciò che esce dal tubo di scarico dei veicoli aziendali rientra nello Scope 1. Sono le emissioni più facili da misurare (litri di gasolio consumati, moltiplicati per il fattore di emissione), ma anche le più visibili e quelle su cui gli stakeholder chiedono i maggiori progressi.

Scope 2: energia per la ricarica

Per le flotte che includono veicoli elettrici, lo Scope 2 copre le emissioni indirette legate all’energia elettrica utilizzata per la ricarica. Il valore dipende dal mix energetico del fornitore e dalla fonte dell’energia. Avere dati precisi sulla composizione della propria flotta è il prerequisito per calcolare correttamente questo scope.

Scope 3: la catena del valore

Lo Scope 3 è il più complesso e include le emissioni generate dai fornitori di trasporto in outsourcing, dai partner logistici e dall’intera catena di distribuzione. Il 60% dei committenti nel settore merci richiede già oggi ai propri fornitori dati di sostenibilità strutturati, un dato che conferma come la pressione sulla filiera sia concreta e non solo normativa.

Il GLEC Framework: lo standard per il trasporto

Per il settore specifico del trasporto e della logistica, il punto di riferimento per il calcolo delle emissioni è il GLEC Framework (Global Logistics Emissions Council), sviluppato dal Smart Freight Centre e riconosciuto dalla norma ISO 14083.

Il GLEC Framework fornisce una metodologia standardizzata per calcolare le emissioni di CO2 per tonnellata-km o per consegna, tenendo conto di:

  • Tipologia di veicolo e classe emissiva
  • Fattore di carico medio
  • Distanza percorsa e tipologia di percorso (urbano, extraurbano, autostradale)
  • Tipo di carburante o fonte energetica

Per le aziende di logistica ultimo miglio, questo significa che ogni giro di consegne produce un dato di emissione misurabile e confrontabile. Ma solo se i dati di base, km percorsi, consumi, carichi, sono raccolti in modo sistematico.

Da dato operativo a dato ESG: il ruolo della telematica

Il passaggio critico per la maggior parte delle flotte italiane è trasformare i dati operativi che già esistono, spesso in forma frammentata, in dati strutturati utili per il reporting ESG.

Cosa serve raccogliere

I dati minimi necessari per alimentare un report CSRD conforme includono:

  • Km percorsi per veicolo, per periodo, per tipologia di servizio
  • Consumi di carburante reali, non stimati, possibilmente da telematica o carte carburante
  • Classificazione dei veicoli per classe emissiva (Euro 4, 5, 6, elettrico)
  • Emissioni calcolate secondo la metodologia GLEC o equivalente
  • Tasso di utilizzo della flotta e fattore di carico medio
  • Percentuale di km percorsi in aree ZTL/LEZ, dato sempre più rilevante con le nuove restrizioni urbane del 2026

Come la telematica semplifica la raccolta

I sistemi telematici moderni raccolgono automaticamente la maggior parte di questi dati. Un dispositivo OBD o un’unità GPS installata sul veicolo registra in continuo km, velocità, consumi (se integrato con la centralina), soste e percorsi. Il valore aggiunto sta nell’aggregazione: una piattaforma di fleet management trasforma migliaia di punti dati giornalieri in KPI strutturati e confrontabili nel tempo.

Per chi oggi raccoglie questi dati manualmente, su fogli Excel o da fatture carburante, il gap verso la compliance CSRD è significativo. Non è impossibile da colmare, ma richiede un cambio di approccio.

L’ottimizzazione dei percorsi come leva di riduzione

Un aspetto spesso trascurato nel dibattito sulla CSRD è che la compliance non è solo un esercizio di misurazione. Le stesse tecnologie che producono i dati per il reporting possono anche ridurre le emissioni.

L’ottimizzazione algoritmica dei percorsi, combinata con il bilanciamento dei carichi e il rispetto dei vincoli di circolazione, produce una riduzione delle emissioni compresa tra il 15% e il 25% rispetto alla pianificazione manuale. Il meccanismo è semplice: meno km percorsi a parità di consegne completate significa meno carburante bruciato e meno CO2 emessa.

Questo crea un circolo virtuoso: l’azienda che adotta strumenti di ottimizzazione raccoglie automaticamente i dati per il reporting e, contemporaneamente, migliora i numeri da riportare. La compliance diventa un sottoprodotto dell’efficienza operativa.

Cinque passi concreti per prepararsi

Per i fleet manager e i responsabili logistica che si trovano ad affrontare per la prima volta gli obblighi CSRD, ecco un percorso pragmatico.

1. Fare un inventario della flotta

Catalogare ogni veicolo per classe emissiva, tipo di alimentazione, anno di immatricolazione e area operativa prevalente. Questo è il dato di partenza per qualsiasi calcolo.

2. Centralizzare i dati di consumo

Che si tratti di carte carburante, telematica o registri manuali, tutti i dati di consumo devono confluire in un unico sistema. Le stime basate su medie di settore non sono sufficienti per un reporting verificabile.

3. Adottare una metodologia di calcolo riconosciuta

Il GLEC Framework è il riferimento per il trasporto. Assicurarsi che i fattori di emissione utilizzati siano aggiornati e coerenti con la normativa europea.

4. Implementare strumenti di ottimizzazione

L’ottimizzazione dei percorsi non è solo efficienza: è la leva più concreta per migliorare il profilo emissivo della flotta senza dover sostituire i veicoli.

5. Pianificare la transizione della flotta

Il blocco degli Euro 5 diesel nel Nord Italia da ottobre 2026 è solo l’inizio. Chi monitora i dati di prontezza all’elettrico della propria flotta è in grado di pianificare le sostituzioni in modo razionale, non reattivo.

Compliance come vantaggio competitivo

La CSRD può sembrare l’ennesimo adempimento burocratico per aziende già sotto pressione su costi e margini. Ma il mercato si sta muovendo in una direzione chiara: i committenti vogliono dati, i consumatori vogliono trasparenza e i regolatori vogliono accountability.

Le aziende di trasporto e logistica che strutturano oggi la raccolta dati e l’ottimizzazione delle operazioni non stanno solo diventando conformi. Stanno costruendo un asset informativo che le rende più competitive nei bandi, più credibili verso i clienti e più efficienti nelle operazioni quotidiane.

La sostenibilità nel trasporto non è un tema di comunicazione. È un tema di dati, processi e tecnologia. Ed è esattamente su questi tre pilastri che si costruisce una compliance solida e duratura.

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